Antimafia
Quello che lascia maggiormente sgomenti è la consapevolezza che per ogni inchiesta senza risposta ci sono persone che soffrono, persone che hanno perso la vita, familiari straziati dal dolore che attendono dopo anni risposte che non arrivano, segreti di stato posti a salvaguardia di non si sa quale segreto.
Sono veramente troppi nel nostro Paese gli omicidi senza giustizia, morti a cui è negata la verità.
Proprio oggi mentre finalmente vengono arrestati i killer della strage di Duisburg, siamo qui a Viterbo a commemorare un giovane medico, Attilio Manca, morto in circostanze quanto meno dubbie.
Essere accanto alla famiglia Manca era per me era un impegno inderogabile e manifestare la mia vicinanza e solidarietà a dei cari amici un dovere morale.
di Antonio Mazzeo
Maurizio Marchetta era l’enfant prodige della politica e dell’imprenditoria locale, perlomeno sino alla deflagrazione dell’inchiesta “Omega”, nel luglio 2003, quella sullo strapotere della criminalità organizzata nella realizzazione delle opere pubbliche nella provincia di Messina. Architetto, titolare dell’impresa di costruzioni Cogemar, nel 2001 Marchetta ascese alla vicepresidenza del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto in rappresentanza di Alleanza Nazionale, il partito del senatore Domenico Nania, barcellonese. Due anni dopo la tempesta giudiziaria e un’accusa per l’imprenditore-consigliere di «aver fatto parte di un’associazione a delinquere finalizzata alle turbative d’asta». Il profilo tutt’altro che lusinghiero su Marchetta sarà tracciato nel 2006 dai componenti della Commissione incaricata dalla Prefettura di Messina di verificare eventuali infiltrazioni mafiose nella gestione del Comune di Barcellona. I commissari, in particolare, oltre ai procedimenti penali che lo vedevano coinvolto, segnalarono «gli stretti rapporti di cointeressenza esistenti» con Salvatore “Sem” Di Salvo, pluripregiudicato ai vertici dell’organizzazione mafiosa del Longano, e le «documentate condotte agevolatrici volte ad introdurlo nella casa comunale per permettergli di sbrigare con facilità e speditezza qualunque tipo di pratica amministrativa». Del politico-imprenditore furono inoltre evidenziate le frequentazioni con altri due personaggi di spicco della criminalità barcellonese, Giovanni Rao e l’avvocato Rosario Pio Cattafi, tessitore quest’ultimo oggi di una imponente operazione speculativa, la realizzazione di un Parco commerciale di 18,4 ettari alla periferia di Barcellona P.G..
Da un anno a questa parte Maurizio Marchetta ha deciso di rispondere alle domande degli inquirenti. La Procura preferisce definirlo un “dichiarante”, ma i suoi racconti hanno scatenato un vero e proprio terremoto tra la classe politica dirigente, gli imprenditori e i vecchi e nuovi reggenti delle cosche. Grazie a Marchetta è scaturita l’indagine denominata “Sistema”, che all’inizio del 2009 ha portato all’arresto di Giuseppe D'Amico (boss emergente della famiglia barcellonese), Pietro Nicola Mazzagatti (a capo della famiglia di Santa Lucia del Mela) e Carmelo Bisognano (Mazzarrà Sant’Andrea). Marchetta ha pure spiegato con dovizia di particolari il cosiddetto meccanismo regolatore del “3 per cento”, quanto cioè si deve pagare alla mafia per continuare a lavorare nella provincia di Messina. E si è soffermato sulle modalità di conduzione delle turbative d’asta nei pubblici appalti, illeciti resi possibili dall’esistenza di «un gruppo di imprenditori che adotta tale sistema su scala regionale e che fruisce sia di collegamenti con pubblici amministratori, sia con soggetti politici che svolgono una vera e propria funzione di referenti, sia con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata». Maurizio Marchetta non ha risparmiato parole di fuoco contro uno dei sui principali referenti politici, il dottor Candeloro Nania (ex Msi, ex An, oggi Pdl), da una decade a capo dell’amministrazione comunale di Barcellona, cugino di primo grado del senatore Domenico Nania. A proposito del sindaco del Longano, Marchetta avrebbe raccontato «le forme di condizionamento determinate per imporre a privati proprietari terrieri, che hanno ottenuto grazie a lui l’aumento dell’indice di cubatura, le progettazioni e le successive costruzioni con professionisti ed imprenditori da lui stesso imposti».
Ho riletto la mail degli organizzatori di alcune manifestazioni tenutesi a Sciacca il 12 ed il 18 dicembre 2009 presso l'aula magna del Liceo Classico “T. Fazello”, svoltesi all'interno di un'iniziativa dal titolo “Informazione libera contro tutte le mafie” che ha previsto diversi incontri in città. Ripeto ho dovuto rileggerla perché mi sembrava incredibile.
Veniamo ai fatti, il deputato nazionale del PDL Giuseppe Marinello è riuscito a leggere in queste manifestazioni un'attività contraria al Governo Berlusconi, giustificando il suo gesto, certamente inconsueto per un membro della commissione parlamentare antimafia, come una difesa agli attacchi che sarebbero stati fatti contro l'attuale Governo. Di conseguenza ha presentato un'interrogazione parlamentare in cui, ha inoltre, chiesto l'interessamento anche degli uffici di controllo della Regione Siciliana, definendolo come atto “quasi dovuto” per difendere il Governo Berlusconi dai ripetuti attacchi perpetrati dagli intervenuti agli incontri della manifestazione antimafia “Informazione libera contro tutte le mafie”.
Le premesse non erano abbastanza buone per la giornata di oggi, un clima poco sereno a Barcellona per la commemorazione di Beppe Alfano, giornalista ucciso dalla mafia l'08/01/1993: locandine staccate dai muri, persone che negli anni precedenti hanno contestato questa giornata, accusando la famiglia Alfano di screditare il paese, ma si possono staccare le locandine, ma mai il ricordo di un uomo onesto che ha dedicato la sua vita alla legalità, non si può staccare il senso di giustizia che si porta nel cuore, non si può rimuovere ai figli e alla moglie di Beppe Alfano il vuoto che egli gli ha lasciato come padre e marito, non si può togliere a questa famiglia il sacrosanto diritto di ricordarlo e gridare che la mafia esiste e l’uccisione crudele di questo giornalista ne è la prova, come tutte le altre vittime della mafia, si perché sono vittime che diventano simbolo della lotta e della legalità.
"Beppe Alfano" - Era mio Padre - Intervista a Sonia Alfano, link all'articolo su ByoBlu
Claudio M. : Sonia Alfano buongiorno, come stai?
Sonia A. : Bene.
C. : Sonia l'8 Gennaio, due giorni fa, a Barcellona Pozzo di Gotto in Provincia di Messina c'è stata la commemorazione del 17° anno della morte di Beppe Alfano, tuo padre. Ti sentiresti di raccontare chi era tuo padre e per quali ideali è morto? Come e in quali circostanze?
Scusate la lunga assenza ma ho sentito il bisogno di staccare un po dal solito tran tran che, in questi ultimi tempi, era diventato parecchio pesante ed a volte insostenibile.
Appuntamenti, incontri, aerei, corse, documenti, manifestazioni, battaglie, resistenza. Ho dovuto mettere "pausa" per qualche giorno ed oggi, appena ho avuto disponibile una connessione, ho letto questo articolo di Antimafia Duemila che voglio assolutamente condividere con tutti voi:
Venerdì 4 dicembre dalle ore 9,00 Radio Radicale trasmetterà in diretta l'udienza del processo dell'Utri nella quale verrà sentito Gaspare Spatuzza.
E' possibile ascoltare via radio la diretta (per le frequenze di Radio Radicale: http://www.radioradicale.it/frequenze), altrimenti è possibile ascoltare l'udienza direttamente dal sito: http://www.radioradicale.it/dirette
(fonte antimafiaduemila.it)
Collegatevi, ascoltate, registrate, memorizzate. Quanto sta accadendo in questo periodo, dal papello alle dichiarazioni di Spatuzza, confermano tutto quello che da tanti anni denuncio nelle scuole, nelle piazze, nelle sale dei convegni e nelle aulee del Parlamento Europeo.
Alla faccia di chi non mi credeva e di chi mi screditava, di chi mi chiamava sovversiva e terrorista e di chi, ancora, mi chiama non-Italiana. Se mi aveste dato retta anni fa non saremmo in questo stato.
Oggi vi propongo la seconda parte dell'analisi del Premio Borsellino proposta da Benny Calasanzio Borsellino, seguito dell'articolo di ieri.
A Salvatore Borsellino va tutto il mio sostegno.
di: Benny Calasanzio Borsellino
Quello raffigurato accanto è Maurizio Gasparri, presidente al Senato del gruppo Pdl. No, non è Neri Marcorè e la foto non è stata ritoccata. E' proprio così, anzi, pare che sia venuto abbastanza bene. Quest'uomo, o quello che ne resta, ha avuto l'ardire, lo scorso 2 novembre di affermare, con l'educazione che contraddistingue galantuomini come lui, ad una ragazza, Lea Del Greco, che gentilmente gli chiedeva di accettare le dieci domande che gli poneva il Popolo delle Agende Rosse, quanto segue: "Salvatore Borsellino era disistimato dal fratello, lei non lo sa perchè è giovane". Un attimo prima, la sua guardia del corpo, dipendente del sottoscritto e di voi altri che leggete, aveva democraticamente accartocciato il volantino. Una dichiarazione vergognosa e infamante, che solo da bocche di rosa quali quella di Gasparri poteva uscire. Salvatore Borsellino, con tranquillità e forza d'animo invidiabile, ha raccolto articoli e video e ha dato mandato al suo legale, Fabio Repici, di sporgere una querela nei confronti di Marcorè, o di Gasparri, si insomma, contro quello vero. Il fratello di Borsellino, che a quanto dicono i parenti aveva con Paolo un rapporto di stima e di affetto straordinario, si è augurato che Gasparri non si avvalga della immunità parlamentare e risponda in aula della blasfemia detta in nome di chi oggi non c'è più e non può mandarlo a zappare i fertili terreni abruzzesi. Non mi risulta che gli organizzatori del Premio Borsellino, travolti emotivamente dall'aggressione a Nodari (che ha dichiarato "l'educazione consiste anche nel capire da che parte si sta quando una persona viene ferita in nome di Paolo Borsellino e quando invece una persona cerca di ricordare l'immagine, le idee e soprattutto il sacrificio di Paolo Borsellino". Ma non avevano urlato "servo dei fascisti"? Che c'entra Borsellino?), abbiano preso le distanze da quanto detto dal diversamente bello senatore Pdl ed espresso solidarietà a Salvatore.
Ricevo e pubblico con piacere una riflessione di Benny Calasanzio Borsellino su quelli che sono stati gli avvenimenti che sono seguiti al Premio Borsellino.
Lascio a voi la riflessione del caso...
Questa è la prima delle analisi che farò sul cosiddetto Premio Borsellino e sugli avvenimento che hanno contraddistinto l'edizione del 2009. Voglio partire dalla presunta aggressione subita da Leo Nodari, animatore della kermesse, che sarebbe stato colpito al volto nel parcheggio della Provincia. Se così fosse, la solidarietà sarebbe scontata e doverosa. E infatti leggo la vicinanza espressa da "Ammazzateci Tutti" allo stesso Nodari: "Purtroppo da qualche tempo, anche all'interno di movimenti che dicono di richiamarsi ad ideali e valori di legalita'e giustizia, il clima si e' pesantito e l'animosita' spesso si sta traducendo in aggressivita'ed anarchia. Auspico vivamente - conclude il leader di 'Ammazzateci Tutti' - che questo forme di odio cessino al piu' presto di essere alimentate e che quei soggetti singoli o plurali che non riescono o non vogliono far valere le proprie ragioni secondo le regole della civile contrapposizione sociale e politica possano trovarsi sempre piu' ai margini della societa'". Fermiamoci un attimo. Ma come fa il portavoce dell'associazione ad affermare che gli autori sono interni ai movimenti antimafia? Sa qualcosa che noi non sappiamo o sta attribuendo la responsabilità al Popolo delle Agende Rosse, visto che in quel frangente era l'unico movimento antimafia presente? Io, che molto modestamente di questo mondo qualcosa so, non sono a conoscenza di un clima pesante e animoso che si traduce addirittura in aggressività ed anarchia all'interno delle associazioni antimafia. Altra frase deprecabile, poi, dicono di richiamarsi ai valori della legalità e giustizia. Esiste una patente o solo perchè non si appartiene ad Ammazzateci Tutti vuol dire che non si può richiamarsi alla legalità, amarla, desiderarla e farla propria? Questo è un tema inquietante che sicuramente avrò male interpretato. Conosco uno per uno i ragazzi e le ragazze del Popolo delle Agende Rosse, uno per uno, conosco le loro facce, i loro nomi e i loro cognomi. Li ho visti marciare e urlare e anche sudare sotto il sole cocente, mentre altri erano a casa in un atteggiamento di superficiale ed invidioso boicottaggio. Loro sono il mio Popolo e io ne faccio parte, e, questa volta si, dico a prescindere che non è gente che va in giro a picchiare chi sbaglia a fare gli inviti a manifestazioni nel nome di patrimoni dell'intera umanità, quale Borsellino era ed è, che oggi non possono discostarsene sdegnati.
Vorrei che i lettori del mio blog leggessero il commento di Salvatore Borsellino riguardo le dichiarazioni della sorella Rita rilasciate alla giornalista Paola Pentimella Testa del quotidiano DNews.
A parte la stima e l'affetto incredibile che provo per Salvatore, sottolineo e condivido ogni singola parola del commento ed in particolare questo estratto:
"Riteniamo che comunque, in ogni caso, notizie di questo genere che, se vere, potrebbero avere una enorme valenza processuale, dovrebbero essere portate da chiunque, prima di essere confidate ad un giornalista, davanti ai magistrati inquirenti. Si rischia altrimenti di confondersi, e di essere confusi dall'opinione pubblica, con tutta una serie di personaggi che, dopo 17 anni di silenzio, stanno negli ultimi tempi ritrovando la memoria perduta."
Buona lettura!
"Riteniamo che nel rilasciare queste dichiarazioni Rita Borsellino sia incorsa in un grosso equivoco interpretando delle parole di Paolo relative ad un documento che circolò sui giornali siciliani a partire dai primi giorni di luglio del 1992 con quello che oggi viene chiamato appunto il "papello" perchè così lo chiamò Giovanni Brusca nel 1998 quando per primo, dopo l'inizio della sua collaborazione con la Giustizia, ne rivelò l'esitenza. Sempre che Paolo abbia effettivamente usato questa dizione, che in dialetto siciliano viene usata appunto per indicare un "elenco", potrebbe essersi riferito appunto a questo documento, indicato comunemente come "lettera dei corvi" o "lettera del corvo bis", della quale parliamo nel seguito e che tra le altre cose conteneva appunto anche un "elenco" di richieste. E' possibile che Paolo, che sicuramente non avrebbe mai riferito ad alcun familiare l'esistenza nè di un documento non ancora noto ad alcuno o quasi come il papello di Riina nè della trattativa ad esso relativa che tra pochi giorni sarà una delle cause della sua morte, e tanto meno lo avrebbe fatto in un momento di rilassamento nell'ambito familiare, abbia potuto fare qualche riferimento a questo altro documento dato che, essendo stato pubblicato sulla stampa, era già noto all'opinione pubblica.
Riteniamo che comunque, in ogni caso, notizie di questo genere che, se vere, potrebbero avere una enorme valenza processuale, dovrebbero essere portate da chiunque, prima di essere confidate ad un giornalista, davanti ai magistrati inquirenti. Si rischia altrimenti di confondersi, e di essere confusi dall'opinione pubblica, con tutta una serie di personaggi che, dopo 17 anni di silenzio, stanno negli ultimi tempi ritrovando la memoria perduta.
Ormai è certo che a partire dalla prima metà del 1992 (e sicuramente prima della strage di via D’Amelio) rappresentanti dello Stato trattarono con Cosa Nostra. Per molti anni, però, la trattativa fu seppellita dal silenzio omertoso dei protagonisti, mentre Cosa Nostra spargeva il sangue di vittime innocenti in Sicilia e poi nel resto d’Italia. A rompere il silenzio fu un mafioso, Giovanni Brusca. Solo dopo le sue rivelazioni, Mario Mori e Giuseppe Di Donno, ufficiali del R.o.s., ammisero davanti alla Corte d’assise di Firenze (nel processo per le stragi del 1993) di aver trattato con Vito Ciancimino, emissario di Cosa Nostra. Con la sentenza che inflisse molti ergastoli ai mafiosi responsabili delle stragi di Firenze, Milano e Roma, la Corte d’assise di Firenze spiegò che la trattativa fra il R.o.s. e Cosa Nostra aveva rafforzato la scelta stragista della mafia, come non si stanca di ricordare a tutti Giovanna Maggiani Chelli, presidente del comitato dei familiari delle vittime di via dei Georgofili.
Gli ufficiali del R.o.s., però, furono reticenti sugli obiettivi di quella trattativa e su chi fosse a conoscenza della loro scellerata attività. L’unico nome fatto al riguardo da Mario Mori è quello del generale Antonio Subranni, allora capo del R.o.s.. Si tratta dello stesso alto ufficiale che è ancora indagato per favoreggiamento di Bernardo Provenzano (per la mancata cattura del boss corleonese a Mezzojuso nel 1995) e che, secondo la vedova di Paolo Borsellino, era sospettato di contiguità mafiose dal magistrato ucciso il 19 luglio 1992. Purtroppo è anche il padre della portavoce ufficiale del Ministro della Giustizia Angelino Alfano, il quale ancora si ostina a fingere distrazione, come se sia impossibilitato a farsi rappresentare da persona diversa dalla figlia di un possibile favoreggiatore di Bernardo Provenzano.
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